GIOCAVO CON LE BAMBOLE

Categoria principale: Temi Categoria: Poesia e prosa

All’età di dieci anni giocavo con le bambole di mia sorella, mi attraevano, non so perché, mi sentivo a mio agio a portarle nella carrozzina ed accudirle mentre fingevo di fare la spesa, mentre sceglievo cosa acquistare per accingermi a cucinare: il mio nome era Giorgio.

Quando uscivo con mia madre che faceva shopping, osservavo quegli abiti da donna, mi piacevano le pajett e tutto ciò che luccicava, mi incantavo a vedere gonne e corpetti, scrutavo le scarpe col tacco alto che sembravano innalzare e slanciare, per me avevano qualcosa di fascinoso, la loro attrattiva era davvero forte.

Quando stavo per conto mio, aprivo la scarpiera e prendevo i sandali, li giravo e rigiravo tra le mani, ammirandone lo stile ed i colori, sì perché amavo i colori, mentre vestivo in blu e marrone, oppure celeste, ma adoravo il rosso ed il viola.

Un paio di volte mia madre mi aveva scoperto incantato innanzi alle sue scarpe, mi aveva subito distolto, quando mi vedeva giocare con le bambole, mi diceva:

"Ti ho regalato i modellini di auto ed i soldatini, dove li hai messi? "

Così avevo capito che era meglio nasconderli, per poter giocare serenamente, mentre mio padre correva subito ai ripari nel fornirmi nuovi giochi e spunti maschili.

Alle scuole elementari preferivo stare con le mie compagne e giocare a pallavolo durante la ricreazione, non mi piaceva il calcio, non amavo rincorrere la palla per fare goal, odiavo spintonare e strattonare nell’inseguimento del pallone e quando mi chiedevano se fossi tifoso, avevo imparato a fingere di esserlo e di amare una sola squadra, dovevo sempre fermarmi e ricordare quale: la stessa di mio padre così che tutte le sue informazioni le potessi riportare senza darmi troppi pensieri ad aggiornarmi e rendermi  credibile.

Franco, mio padre, aveva la sua squadra e non faceva che parlarne, in spiaggia mi invitava spesso a giocare a pallone, ma io mi defilavo, passando per un “ maschietto fragile e stanco” col tempo poi, dicevano mi sarei rafforzato e le mie spalle e le mie gambe si sarebbero fortificate, per ora mi lasciavano libero di non aderire alle iniziative sportive prettamente maschili.

Al tempo delle scuole medie fui sgridato da mia madre perché in un’occasione indossai una maglia di mia sorella di colore viola, mi disse:

"E’ di tua sorella, ma cosa combini?"

"Perché non posso metterla io?"

"Ma non lo vedi che ha uno stile femminile?"

"Ma a me piace il colore!"

"Non prendere le cose di tua sorella, sai che si innervosisce, e poi non puoi andare a scuola vestito così! Tutti ti deriderebbero …"

Mi avrebbero deriso, e perché poi? Se amavo indossare i colori non era certo una colpa, amavo la vita e la sua lucentezza, mia madre credeva lo facessi a posta per fare dispetti a mia sorella che solitamente urlava contro di me strappandomi le sue cose dalle mani e ricorrendo a mia madre o mio padre …

Quando mia sorella divenne adolescente ed iniziò a fare uso di trucchi e smalti, ricordo che mi incantavo ad osservare i suoi ombretti così spalmati sulle sue palpebre e le sue unghie colorate.

A scuola stavo sempre per i fatti miei ed amavo stare con le ragazze, fino a quando non strinsi amicizia con un compagno, lui mi reputava furbo e riteneva che con la scusa della sensibilità mi ritrovavo sempre tra le ragazze ed avevo “campo libero” per poterle conquistare e trascorrere il mio tempo con loro, così iniziò a seguirmi in ogni dove, confidandosi con me e chiedendomi informazioni sulle nostre compagne, anche se a me davvero non interessava parlare di loro in certi termini, le vivevo con estrema facilità e non era vero che le ricercavo per secondi fini perché in realtà avvertivo una certa affinità con loro.

A volte però è meglio tacere e non dire tutto ciò che si pensa o sente, si può essere fraintesi e non capiti, lo imparai bene nella mia vita.

Michele si dimostrava un vero amico, anche se a volte sembrava molto diverso da me, non mi reputavo totalmente compreso, ma ero contento di quell’amicizia che era nata e che in famiglia vivevano come una benedizione del cielo visti tutti i miei trascorsi.

Mia madre lo invitava spesso a pranzo ed a cena, mi invogliava a studiare con lui, così che trascorrevamo molto tempo insieme, seppur con le dovute diversità.

Ricordo che mi prendeva spesso in giro per il fatto che non amassi giocare a pallone, a volte addirittura si alterava, diceva che doveva formare le squadre e non poteva mai contare su di me, in fondo cosa ci perdevo a rincorre il pallone e cercare di tirarlo in porta?

Decisi che avrei partecipato ad una partita, ma in realtà feci una pessima figura, perché mi muovevo poco e non urlavo come loro, non sputavo sul campo, perché darsi tanta pena per un goal? Davvero non lo capivo, io amavo i colori …

Quando andammo negli spogliatoi provavo un certo imbarazzo a svestirmi davanti a loro, sembravano tutti a loro agio sotto le docce, io avevo un senso del pudore differente e lasciai che tutti finissero ed andassero via, diedi la precedenza a loro nell’attesa di restare solo e poter godere della doccia senza sguardi indiscreti, ovviamente li vedevo interdetti e Michele insofferente della mia attesa, mi avrebbe riportato a casa con lo scooter e non aveva voglia di aspettare più del dovuto.

Quella sera rincasai con un certo senso di disagio, erano tutti così diversi da me e la mia sensibilità non mi permetteva di capirli, così semplici ed arcaici nei loro gesti, così dannatamente maschili, così privi di senso del pudore!

Ad ogni modo quell’amicizia con Michele continuava e mi distoglieva dalle presenze femminili, sino a quando un giorno lui mi confidò che ci aveva provato con una delle mie migliori amiche:

"Lei però mi ha detto di non avere interesse per me!"

Sentii una stretta al torace, avevo il battito cardiaco accelerato ed ero frastornato, provavo malessere e gelosia, avevo confusione così decisi di rincuorarlo, agendo d’istinto, un istinto che mi portò ad abbracciarlo forte ed accarezzargli la testa, dapprima lo avvertii immobile, ma quando gli dissi:

"Io però ti voglio bene!"

In pochi istanti partì con uno spintone che mi fece ruzzolare sull’asfalto, mentre lui mi guardava atterrito e quasi riflessivo:

"Cosa stai dicendo? Ma stai bene?"

Io ero esterrefatto da quella reazione ad un atto di affetto, lo osservavo preoccupato e nei giorni a venire assistii ad un suo progressivo allontanamento.

Forse aveva capito ciò che per me era ancora incomprensibile …

Soffrii per quella lontananza e non mi spiegavo perché un gesto così semplice ed affettuoso avesse potuto così banalmente allontanarlo da me, lo vidi cercare altre compagnie e sempre più evitarmi, provandoci poi con un’altra ragazza della nostra classe, lei si legò a lui che sembrava manifestare ed ostentare spavaldamente quella adolescenziale relazione: non potevo farci nulla, non aveva compreso il mio gesto!

Trascorreva il tempo e negli anni notai che amavo le amicizie femminili perché notavo affinità con loro, trascorreva il tempo e notai un certo trasporto nei confronti dei ragazzi, sino a quando la soluzione del rebus della mia vita non fu chiara, dovetti forzarmi a non capire, mi imposi di amare le ragazze, non volevo accettare quella condizione, ma altrettanto non potevo assolutamente fingere e nascondermi dietro la mia ombra che poteva divenire uno scheletrico finimento privo di felicità.

Provai a frequentare una mia amica, era davvero carina ed io invidiato, ma quei baci, i miei primi baci avevano un sapore amaro, non provavo entusiasmo né tantomeno desiderio sessuale, eppure lei era davvero bella, una ragazza molto curata nell’aspetto ed io in realtà non volevo stare con lei, ma volevo essere lei: ammirata dal genere maschile, sempre molto femminile, con movenze così leggere, sembrava una creatura di un altro universo; di nascosto cercavo di imitare i suoi gesti, un po’ seriamente, un po’ goffamente ed un po’ ironicamente, capii della mia omosessualità.

Avevo il cuore a pezzi quando dovetti rinunciare a lei, perché compresi che la mia vita non sarebbe stata semplice e l’epilogo dell’amicizia con Michele si sarebbe ripetuto con altri.

Ascoltavo fatti di cronaca e mi incupivo, dovevo celare in famiglia per non dare un dispiacere, ma il mio orgoglio e la mia dignità mi avrebbero lentamente restituito la mia vera essenza di uomo degno oltre il pregiudizio.

All’ultimo anno della scuola superiore dopo aver stretto amicizia con un compagno di un anno inferiore che sembrava affine a me, tentai il mio primo bacio durante un’uscita al cinema: fui respinto con pessima maniera ed il giorno successivo fui denigrato dai suoi amici.

La situazione mi sfuggiva dalle mani, avrei dovuto confidarmi in famiglia prima che dall’esterno giungessero notizie: dovevo essere io a dichiarare.

Pochi giorni dopo, infatti, presi mia madre in disparte e le dissi con fare titubante ma altrettanto angosciato:

"Ho un problema …"

"Di cosa si tratta? Sai che con me puoi parlare!"

"Ho il timore di farti soffrire, ma soffro già a sufficienza io"

"Tutto si può risolvere!"

"Non mi piacciono le donne, bensì gli uomini …"

Mia madre rimase in silenzio e mi osservava, poi aggiunse:

<< Dai non scherzare!>>

"Ti sembra che io stia scherzando?"

"Forse è suggestione, forse sei confuso, come fai a dirlo ed esserne sicuro?"

"Sono abbastanza adulto da riuscire a capire e capirmi, se non vuoi credermi, pensa ciò che vuoi!"

Mia madre trascorse alcuni giorni pensierosa, era silenziosa e mi osservava senza farsi scorgere, quando la scoprivo immediatamente distoglieva lo sguardo, era avvolta da una nube di pensieri, era confusa ormai.

Avevo trasferito il mio stato di perplessità e finta confusione su di lei, che poi mi chiese:

"Quella ragazza che frequentavi?"

"Non l’amavo né provavo attrazione!"

"Sei stato con un ragazzo?" cercava di approfondire il discorso.

"Ci ho provato, ma è finita male"

"Sei sicuro di ciò che affermi?"

“Si mamma, non capivo che cosa avessi di differente, ma ora e col tempo ho fatto chiarezza …”

Mia madre non rispose ed io aggiunsi:

“Non avere paura …”

“Non ho paura, cosa mi dovrebbe spaventare?”

“La mia omosessualità …”

Un attimo di silenzio e le dissi:

“Amo i colori e la vita, mi piace ancheggiare ed essere femminile, amo gli uomini e le donne per me non sono attraenti se non per imitarne i gesti e la femminilità …”

Mia madre concluse: “Giorgio, io ti amo perché sei mio figlio, fai chiarezza e se davvero è questa la tua natura vai avanti senza remore, ma sappi che non sarà facile sconfiggere i pregiudizi di alcuni … Io sono a sorreggerti qualsiasi cosa tu faccia o decida purché sia per la tua felicità. Se così sei felice, io sosterrò il tuo cammino!”

Col tempo imparai che il peggiore pregiudizio per quelli come me è considerarsi “diverso”, ora considero la mia natura come l’essenza della mia condizione, non voglio più celarmi e per questo lavoro come drag queen in alcuni locali, mia madre e mia sorella hanno insegnato a truccarmi, a depilarmi, a vestirmi come una regina che cammina sul tappeto rosso e sorride agli sguardi indiscreti senza mai abbassare la testa.

Sono innamorato della mia vita e nonostante le difficoltà quando provo e  mi esibisco agli spettacoli, mi sento come l’attrice migliore nelle sue performance eccellenti: sono nato Giorgio ed ora mi chiamano tutti Giorgia.

Stefania Cataldo

Visite: 450

Il mondo ha bisogno di alberi: niente alberi, niente futuro

"Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy"