LA MIA CASA

Categoria principale: Temi Categoria: Poesia e prosa

Stavo mangiando brodo di pollo e pastina alla mensa per i poveri, quando un mio compagno disse che il tempo sarebbe cambiato, gli avevano detto che nel breve tempo di una settimana sarebbe giunto il freddo: eravamo in autunno, fine novembre, si avvicinava il Natale.

Dopo aver consumato il pasto in silenzio, mi pulii le labbra con la manica del maglione e  mi allontanai, avevo ringraziato con lo sguardo, ero silenzioso, ormai mi conoscevano e se non mi vedevano si preoccupavano, mi accingevo a tornare a casa: la mia casa…

(immagine liberamente tratta da www.maurobiani.it) 

 

Mi recai verso la stazione, osservavo la gente con le valige troppo presa da quella vita in corsa, treni che partivano altri si fermavano, gente che andava e chi tornava, tutti in velocità per la conquista di un posto nella società, nessuno si fermava un attimo, qualcuno mi lanciava un’occhiata rapida e sfuggente, sarà stato per il mio abbigliamento?

 

Giunsi sotto la pensilina della stazione, ero stanco, mi accovacciai a terra, sedendomi a fatica, ero stanco, mi infilai nel mio cartone, sistemai la coperta e appoggiando la testa sul mio braccio mi addormentai su di un lato. Presi sonno rapidamente ero stanco, era sempre così per me, pensavo ma non volevo, i ricordi mi assalivano ed io cercavo di ricacciarli via, amavo la mia attuale vita, non era un inferno come si poteva immaginare, avevo vissuto di peggio nel passato, ora amavo il mio vagabondare, la mia casa: quanto mi era costata in termini di fatica, avevo chiesto e richiesto a negozianti qualche cartone, alla fine rovistando nella raccolta differenziata ne avevo trovato uno che avevo sistemato con pezzi di nastro adesivo, era della lunghezza giusta, della mia altezza e potevo chiuderlo e coprirmi, celarmi da occhi indiscreti, era sufficiente una mossa ed il mio mondo si celava.

 

Qualche volta capitava di sentire fame così rovistavo negli scarti di ristoranti, i morsi della fame si facevano sentire, così qualsiasi cosa poteva andare bene, purché non andata a male.

 

Qualche cameriere che mi aveva visto, si ricordava di me consegnandomi di nascosto un cartoccio con i resti di cibo non consumato o non usato nelle cucine, così io assaporavo la benevolenza di persone sconosciute che volevano aiutarmi: apprezzavo quei gesti, apprezzavo la loro pietà…

 

In molte occasioni c’era stato anche qualcuno a deridermi, per lo più ragazzi poco più che adolescenti, li vedevo osservarmi e ridere, pronunciare qualche improperio, ma un mio sguardo truce era sufficiente ad allontanarli, forse mi reputavano un povero pazzo capace di gesti senza alcun controllo, se solo avessero immaginato la mia storia, chissà forse avrebbero capito e mi avrebbero stimato oppure mi avrebbero condannato provando pietà.

 

Non mi preoccupavano questi piccoli inconvenienti ero sereno, tranquillo, avevo il mio angolo di paradiso, qualcuno mi gettava qualche spicciolo così avevo qualche soldo per un caffè od un trancio di pizza, erano prelibatezze per me, chi mi conosceva non faceva problemi a lasciarmi entrare nel suo bar, dove invece ero sconosciuto esigevano prima i soldi e poi, in tutta fretta mi servivano per farmi allontanare: ero una persona anche io!

 

Del resto la mia vita mi soddisfaceva, me l’ero cercata o forse mi avevano condannato ed imposto un gesto del genere o piuttosto non avevo avuto il coraggio di andare sino in fondo ed affrontare la realtà: feriva, faceva male davvero.

 

Quando i ricordi mi assalivano pensavo che fortunatamente avevo la mia casa, mi spostavo dove volevo anche se ero abbastanza stanziale, amavo stare dove già mi conoscevano, ma a seconda delle stagioni prendevo il mio cartone ed andavo sul lungomare oppure in inverno verso la stazione, era più riparata dal freddo.

 

Non mi ero mai avvicinato ai vagoni per non far alterare nessuno, mentre gli extracomunitari si arrischiavano e spesso erano allontanati in malo modo: io non volevo infastidire nessuno, prendevo quel poco che la giornata mi dava…

 

Mia moglie ormai non mi cercava più, eravamo nella stessa città, aveva chiesto l’interdizione ed io non mi ero tratto indietro, era giusto così, aveva assaporato anche lei l’inferno, eravamo due poveri diavoli in cerca di tranquillità.

 

Mio figlio, il mio unico figlio, all’età di venti anni si faceva di eroina, noi non avevano saputo affrontare la cosa, avevamo scoperto tardi quando ormai la dipendenza lo divorava, eravamo stati genitori disattenti, avevamo chiesto a medici cosa fare, come comportarci, lo avevamo portato in comunità, ma per lui non c’era scampo, ritornava sempre a ripercorrere lo stesso sentiero.

 

Chissà in cosa eravamo stati manchevoli? Non eravamo mai riusciti a capirlo, Giacomo era testardo, aveva un carattere molto forte, si ostinava a frequentare persone che a noi non piacevano, gli avevamo fatto la guerra, io avevo provato con le maniere dure, anche con schiaffi, segregandolo in casa al limite dell’illegalità: rischiavo di sequestrarlo, ma poi lo vedevo stare male, cercare quell’immondizia, vedevo il suo dolore fisico dipingersi sul suo viso trasfigurato, sembrava un’altra persona, non lo riconoscevo, lo sentivo lamentarsi, avrei voluto prenderlo tra le braccia ed accarezzarlo, cantargli una canzone delicata per farlo addormentare come faceva Anna quando aveva poco più di qualche giorno.

 

Avrei voluto stringerlo a me da un lato e dall’altro picchiarlo pure perché l’odiavo , ebbene sì per tutto il male che si stava facendo: lo amavo, l’odiavo, mi aveva gettato nell’infermo della confusione e dell’impotenza.

 

Avevo un modesto lavoro di ragioniere, ma le spese per Giacomo erano tali e tante che il mio stipendio sembrava non essere mai sufficiente, dovevamo aiutarlo, cercando di salvare anche noi.

 

Quando lo vedevo rincasare e capivo che si era iniettato quella merda in corpo non sapevo cosa fare se salvarlo oppure lasciare che si distruggesse prima che avrebbe distrutto noi: chi avrebbe ceduto prima?

 

Quando lo vedevo in strada in compagnia di sbandati lo prendevo sotto braccio e me lo trascinavo via, avevo provato anche a seguirlo tanto da vedere tutte le sue tappe, i suoi percorsi, gli scambi con gli spacciatori, volevo capire, avrei voluto distoglierlo, dicendogli:

 

<< Guarda la vita, vedi che belle ragazze ci sono! Lascia perdere quella robaccia!>>.

 

Ma lei era più potente, era forte e suadente, lo aveva sedotto e lo stava divorando, neanche la comunità lo aveva salvato: fuggiva, trovava sempre il modo di andare via, noi ce lo riportavamo, ma era tutto così difficile.

 

Aveva vent’anni, li stava bruciando, aveva deciso di dare fuoco alla sua vita, sembrava paglia che ardeva continuamente, senza dare calore né luce, ma solo buio e desolazione: viveva l’angoscia e la desolazione, era abominevole quello che stava facendo a noi ed a se stesso, non osavo immaginare nel suo sangue cosa vi fosse, non potevo immaginare e capire le motivazioni.

 

Forse la solitudine, forse il senso di inadeguatezza, forse il male di vivere gli imponeva di cercare il benessere nella fonte del malessere…

 

Aveva quella dipendenza che lo aveva reso schiavo, chi cerca la libertà non si chiude in un tunnel ove non vi è luce né possibilità di deviare tragitto, aveva angustiato se stesso e ci rivelava una realtà mai conosciuta prima: la tossicodipendenza.

 

La nostra famiglia rischiava di bruciarsi le vene sia direttamente che indirettamente, ormai erano marce ed io non sapevo cosa fare, sino a quando non si ammalò di un banale raffreddore ed il medico gli impose delle analisi del sangue.

 

Il resto è la storia della mia vita, quando avemmo i risultati, avemmo anche il verdetto che mai ci aspettavamo, che avremmo desiderato allontanare con forza e vigore: era sieropositivo!

 

Ora sono a casa mia, qui la regola è la serenità, a volte quando chiudo gli occhi sono costretto a confrontarmi con i demoni dei rimorsi, ora mi sento inadeguato  e forse sono stato un padre fragile, che avrebbe dovuto combattere e sconfiggere il drago di Giacomo, ma lui era già stanco e non è riuscito ad andare oltre, ha deciso, o meglio, aveva deciso di lasciarsi vincere e soggiacere ad un destino affatto scritto per lui.

 

Ora ho bisogno di riposare, chiudo gli occhi ed il mondo scompare, mi avvolgo in una coperta ed avverto calore, faccio combaciare i lembi di un cartone e vivo in una casa a mare o in città.

 

La mia vita è fatta di piccole cose, davvero molto piccole per un essere vivente, ma per me è soddisfacente così.

 

E’ fine novembre, arriverà a breve il freddo, si avvicina il Natale, già vedo frenesia, sembra quasi che si cominci a pensare alla festività che unisce le famiglie, forse è la mia suggestione, ma mentre cammino per strada osservo una certa agitazione, noto allegria, quasi stiano pregustando il tepore degli affetti; mi guardo intorno e le persone scrutano le vetrine ed io scruto loro, vorrei entrare nelle loro vite ed assaggiare un gusto diverso, mi sorprendo a sbirciare nelle buste e confezioni, guardo le finestre, ho trascorso anche io tante festività come loro, ora però non più, ma se potessi esprimere un desiderio, chiederei di tornare indietro e rivivere momenti di simile intimità familiare senza le brutture che sono accadute, vorrei che mia moglie e Giacomo tornassero nella mia vita sani e senza tormenti: vorrei per un giorno vivere la felicità e ricordare solo questo, vorrei imprimere nella mia memoria solo questo giorno intenso e pieno, cancellando così tutti gli altri ricordi se non quelli sereni dalla nascita sino ai vent’anni di mio figlio.

 

Trascorrono i giorni ed arriverà il freddo, chissà quanto misurerà il barometro, io per questo inverno resto qui, ma devo cercare un maglione nuovo tra le cose usate che gli altri gettano via, dovrei chiedere in Chiesa, beh si, maglione e cappotto, di solito lì c’è qualche volontario che mi aiuta, ormai sono anni che mi rivolgo a loro, ormai sono anni che sono un vagabondo, si lo ammetto sono “barbone” e trovo chi mi aiuta a superare un nuovo inverno, ormai l’età avanza, i miei capelli sono tutti grigi e la vista si è un po’ abbassata, avverto reumatismi, ho un raffreddore che non va via, un po’ di tosse, chissà forse l’umidità.

 

Comincia a piovere ed ho trovato un cartone nuovo, alla mensa mi hanno regalato un ombrello, il freddo sta per arrivare ed in Chiesa un volontario mi ha riferito che mi farà avere un giubbino pesante che mi aiuterà a mantenermi caldo.

 

La temperatura sta scendendo repentinamente, non ho neanche il tempo di abituarmici, la tosse è più intensa, se dovesse accadere qualcosa di sicuro qualcuno che si è affezionato a me, mi aiuterà…

 

Ho mangiato e sono stanco, mi sento fiacco, avverto una certa debolezza, credo sia pressione bassa, meglio riposare, ma forse sto perdendo i sensi.

 

Sento in lontananza una sirena che si avvicina, sembra un’ambulanza, io sono molto lontano, chissà dove è diretta, chissà dov’è l’emergenza…

STEFANIA CATALDO

 

 

Visite: 381

Il mondo ha bisogno di alberi: niente alberi, niente futuro

"Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy"