L’ INVINCIBILE

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La mia storia ebbe inizio quando a diciott’anni fumai la mia prima canna: volevo evadere.
Tra i miei amici amavo esagerare, portare all’esasperazione ogni mia azione, vestivo firmato e spendevo ciò che volevo.
La mia famiglia benestante mi consentiva molti agi, ero figlio unico e nato da un padre che di mestiere faceva l’imprenditore, mentre mia madre poteva permettersi di stare a casa e dedicarsi alla cura di se stessa e qualche volta a lezioni private per il gusto di tuffarsi nelle reminiscenze degli studi universitari.

Avevo studiato poco e bene, davo sempre il massimo al liceo, pura intelligenza oppure fortuna? Non potevo saperlo, ma ero soddisfatto così, avevo una media sufficiente col minimo degli sforzi, finalmente avevo compiuto l’età della maturità: potevo votare, ma soprattutto guidare, dovevo iscrivermi a scuola guida e ripetere l’anno scolastico perché i professori non mi reputavano all’altezza dell’esame conclusivo: avrei dovuto far alzare la media e portarla ad un discreto livello.
Non mi preoccupavo molto, mio padre riusciva sempre a togliermi dall’empasse.
La mia prima auto fu una mercedes consegnatami la sera stessa del festeggiamento, non avevo ancora la patente, avrei a breve sostenuto l’esame scritto ed infine quell’orale; certo per me era un grosso sacrificio evitare di guidare un’ auto veloce e potente, così quando potevo approfittavo dell’assenza dei miei per provare l’ebbrezza delle quattro ruote su strada a scorrimento veloce: loro non lo sapevano ed io omettevo di raccontarglielo.
Amavo il brivido del volante tra le mani, premere quell’acceleratore e dare potenza ed energia.
Sentivo una carica vitale e l’adrenalina che andava in circolo.
I miei amici erano altrettanto incoscienti ed annoiati quanto me, il nostro diversivo era rincorrere le ragazze, vivere brevi storie e poi fuggire via, con alcune restavamo in amicizia, altre svanivano come fossero mai esistite.
Manuel era il mio migliore amico, condividevamo tutto, anche le prime esperienze sessuali con dovizia di particolari, ci confrontavano criticando questa o quella ragazza, o facendo l’apologia di quelle più esperte.
Anche lui apparteneva ad una famiglia benestante che viveva di ipocrisia: i suoi genitori ufficialmente erano insieme, ma ognuno faceva la propria vita senza dare troppa contezza all’altro.
Manuel era un rivoluzionario, contro ogni forma di costrizione palese o celata, si opponeva ad ogni tipo di condizionamento sociale ed avvertiva un forte desiderio di libertà.
L’ultimo anno di scuola per me fu determinante, ero ripetente e maggiorenne, guidavo ed avevo i miei compagni in condizione di inferiorità, nel senso che mi consideravano al tempo stesso un eroe ed il suo opposto: non sapevano se amarmi od odiarmi per quanto ostentavo ed enfatizzavo ogni mio gesto.
Un mio compagno di classe molto saccente osò un giorno sfidarmi davanti ad un professore, evidenziando una mia carenza, da lì fuori la scuola partirono una variegata kermesse di insulti, e poi lo scontro fisico: ovviamente ebbe la peggio, era magro e di bassa statura, con poche mosse finì sull’asfalto.
Manuel mi disse:
<< Daniele, sei un grande!>> ne fu orgoglioso: noi di questo vivevamo.
Dopo la mia prima esperienza con l’alcol, iniziai ad assaporare il gusto di provare qualcosa in più, bevevo la sera quando uscivo, in qualche occasione avevo superato il limite finendo a dormire a letto senza neanche sapere se ci ero arrivato da solo o mi ci avevano portato.
Fondamentalmente ero annoiato ed insoddisfatto, avevo tutto ma qualcosa mi mancava, necessitavo di un altro palliativo che annebbiasse i miei neuroni: marijuana.
Manuel riusciva sempre a procurarsela, sapeva a chi rivolgersi, così alcune sere senza saper cosa fare finivamo a dividerne una in due.
Mi sentivo leggero e più sciolto, in fondo ero un insicuro ed avevo bisogno di una spinta per sentirmi solido ed invincibile.
Iniziammo a farcene quotidianamente sino a quando avemmo notizia della morte di un nostro amico in un incidente stradale.
Non era sufficiente a farci smettere, a farci capire che siamo attaccati ad un filo che ogni attimo potrebbe spezzarsi.
Avevamo bisogno di qualcosa in più, Manuel riuscì a procurarlo.
Dopo mi sentivo invincibile, riuscivo ad avvertire il mio potere, stavo bene, ero spavaldo ed arguto.
Se ne avessimo fatto uso solo ogni tanto avremmo evitato di caderci: noi eravamo invincibili.
A casa mia madre non si accorse di nulla sino a quando non sentì un forte odore nella mia stanza, sembrava incenso, ma non lo era.
Iniziò ad urlare ed inveire contro di me, lei che non aveva tempo, lei che non perdeva mai le staffe…
<< E’ capitato, ne ho fumate solo poche. Posso farne a meno. Sta tranquilla!>>.
<< Sei sotto controllo, se scopro che ne fumi un’altra, ne parlo con tuo padre!>>.
<< Puoi credermi!>> furono le mie ultime parole.
Ero bravo a mentire, avrei potuto fare l’attore: temevo mio padre, avrei fatto in modo che mia madre non avrebbe capito dell’uso di canne né scoperto dell’altro.
Il problema però sorse quando mia madre responsabilmente cominciò a farmi avere meno soldi, così che io potessi vivere la mia spensieratezza ma senza esagerare.
Avevo bisogno di soldi per procurarmi ciò che volevo, Manuel per i primi tempi sostenne anche le mie spese, ma non poteva continuamente, avrei dovuto inventarmi qualcosa.
Una sera in una zona isolata della città vedemmo uno scooter abbastanza nuovo, era nel cono di luce di un lampione, sembrava quasi suggerirci qualcosa: tentammo l’effrazione, cercammo di aprire il quadro dei comandi per collegare i cavi dell’accensione, ma in quell’istante sopraggiunse il proprietario che ci mise in fuga, chiamando la polizia.
Avevo il terrore che mio padre lo venisse a sapere, temevo che sarebbero risaliti a noi, non sapevo come risolvere, avrei dovuto calmarmi ma ero in un vortice.
Trascorsero alcuni mesi e non ne ebbi più notizie, così mi sentii fortunato, ma non abbastanza da evitare gli stupefacenti.
Eravamo a casa di Manuel che quella sera era triste a causa di una ragazza di età maggiore che lo aveva allontanato bruscamente, lei sospettava qualcosa ma non ne era sicura così decidemmo di risolvere i nostri problemi secondo le nostre modalità: lasciare che una striscia di cocaina percorresse le nostre mucose e giungesse sino al cervello, così da alleviare la sofferenza.
In quell’occasione vidi Manuel perdere i sensi e dopo averlo scosso più volte capii che era qualcosa di grave, non sapevo cosa fare, ma poi mi decisi a chiamare l’ambulanza: era in overdose…
La mia famiglia lo seppe e capì che la mia situazione non era più sostenibile, io iniziavo ad avere segnali di dipendenza da sostanze.
Mio padre quella sera rientrò a casa, era furioso ed io avevo fumato perché stava finendo l’effetto di altro per cui cercavo di alleviare la morsa della dipendenza mentale, appena mi vide, mi guardò negli occhi e disse:
<< Cosa stai combinando Daniele?>>
Non lo risposi, il suo tono si fece aspro ed altissimo:
<< Daniele rispondimi o ti ammazzo!>>
Non lo risposi, lui mi prese a schiaffi, dopo di che mi poggiai sul letto e lì rimasi…
Manuel non superò la crisi, io ero distrutto, ma quella sensazione era troppo forte e piacevole per me.
Quando sniffavo sentivo la leggerezza di tutta la mia esistenza, mi sembrava tutto possibile.
I miei presero misure di sicurezza: niente soldi nel portafogli, nessuna uscita se non sotto il loro vigile controllo, mi dovevano ripulire dalla bruttezza della vita in cui stavo cercando di annegarmi…
Cosa mi era mancato? Avevo avuto tutto, ma un senso di vuoto mi colmava, così che io ricercassi di non avvertirlo facendo uso di veleni.
Ero annoiato, insoddisfatto, ma soprattutto ciò che mi faceva male era stare lì nudo innanzi a me stesso, non riuscivo e non volevo guardarmi dentro, mi pesava sentire il dolore e la mia angoscia.
Non mi amavo, mi odiavo senza saperlo, volevo annientarmi e distruggermi, anche quella era una forma di schizofrenia, ogni volta che mi elogiavano mi sentivo una divinità per ripiombare negli inferi della notte più scura quando ero solo ed  abbandonato a me stesso.
La mia vita mi aveva dato tutto ed io le avevo dato un calcio per rilanciarle indietro storture e vigliaccheria, stavo provando a ferirmi e ferire la mia famiglia fatta di gesti piccoli e quotidianità: ognuno era preso da se stesso senza stare troppo a pensare all’altro.
Credevano che avrei potuto crescere senza un sostegno, senza uno sguardo attento ed io avevo cercato la loro attenzione nella maniera brutale e codarda, ma soprattutto cercando di distruggermi.
Quanto mi potevano costare quegli atti di autolesionismo? La vita.
Già Manuel era scomparso, mi aveva fatto questo torto: lasciarmi solo in quella nefandezza, senza poter condividere alcuna delle nostre meschinità.
Quegli atti finti eroici ci avevano distrutti, eravamo in preda ad un delirio di onnipotenza, che ci faceva sentire invincibili di fronte agli altri, ma non alla nostra vita, che sprigionava il vuoto, facendolo permeare nel malessere assoluto.
Eravamo affatto invincibili perché la vera vittoria sarebbe stata non lasciarci sopraffare, ma seguire le orme della nostra razionalità, ero diventato così fragile che neanche più mi opponevo ad un torto subito, ero schiavo e suddito della mia stupidità.
Se oggi mi osservo a quell’età, penso che io sia stato un vinto, uno sconfitto dalla noia e dalla solitudine, uno stupido annoiato che cerca il suo clamore con atti stupidi e vili, se penso a ciò che hanno fatto i miei genitori per aiutarmi capisco che la solitudine è una condizione dell’essere che la percepisce senza una reale corresponsione.
Oggi rinnego quegli anni, quel desiderio di evadere e di ricercare una libertà che si presenta suadente per condurre sotto una subdola forma di schiavitù, oggi vivo bene e sono lontano da quegli anni, sono una persona diversa ed ora sono invincibile.
Stefania Cataldo

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Il mondo ha bisogno di alberi: niente alberi, niente futuro

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